IPO - Increasing People Opportunities | Quando la foresta brucia
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Quando la foresta brucia

Quando la foresta brucia

Stiamo vivendo un momento difficile. Per alcuni di noi, nati in un mondo senza grandi sconvolgimenti, senza guerre nel cortile, con la bocca sempre piena e pronta alla lamentela, è il battesimo: il primo momento in cui una crisi globale ci arriva dentro casa, mettendo a rischio noi, in prima persona e, come se questo non bastasse a renderci inquieti, minacciando i nostri affetti più cari. Sino ad oggi avevamo solo conosciuto i conflitti degli altri, le carestie lontane, i genocidi distanti mille miglia. Anche per ciò che riguarda le malattie, avevamo sempre pensato che Ebola fosse un affare africano e che i contagi di massa fossero intrighi per appassionarci alla trama di film sulle catastrofi. Oggi, a tenerci con il fiato sospeso – perdonate la macabra, ma involontaria ironia – è il Covid19 e noi siamo nell’epicentro, nel maelstrom. Ieri pensavamo a compiangere gli altri, ma che a noi, in fondo, poco o nulla sarebbe successo. Oggi siamo risucchiati dal vortice, a ricevere solidarietà e incoraggiamento da paesi che solitamente ritenevamo essere quelli da aiutare.

E nonostante ciò, tutto passerà: questo è un fatto, un’incrollabile certezza che ci porterà fuori da quel gorgo che tenta di risucchiarci in basso e ci sputerà lontano, in mare aperto, nel regno dei pericoli e delle opportunità. Passata la tempesta sarà la bonaccia, il momento giusto per ricostruire e ripensare di farlo su basi diverse. Se non fossimo stati uniti (le minuscole o maiuscole sono qui una scelta di voi che leggete), se i medici, gli operatori sanitari e i volontari non fossero diventati gli eroi involontari di questa tragedia, se non avessimo avuto cura di tutti, a partire dai deboli, dagli ultimi e dagli anziani, se avessimo continuato a non fermarci, come altre nazioni pensano ancora di poter fare per trasformare una pandemia in un futuro vantaggio economico, ne saremmo usciti sconfitti, decimati, umiliati.

Così, concludendo con una nota di speranza, è un buon segnale che il primo ministro etiopico Abiy Ahmed assieme a Jack Ma, il magnate di Alibaba, si stia organizzando per fare dell’Etiopia il centro di smistamento di una grande donazione di equipaggiamento medico, perché ognuno dei 54 stati africani possa ricevere 20.000 test, 100.000 maschere e 1.000 tute e visiere protettive. L’Etiopia che ad oggi registra sei casi farà la sua parte, gestendo la logistica, sapendo bene che, quando la foresta brucia, è inutile innalzare barriere, ma serve agire e agire assieme. Questa è una spedizione di speranza, speranza che laddove gli impatti sarebbero terribili per lo stato di impreparazione e le difficoltà nel dare risposte efficaci ai pazienti, si possa agire per tempo per prevenire. O almeno per fare il possibile per farsi trovare pronti. Prepararsi al peggio, costruendo i presupposti per il meglio. Dobbiamo prendere esempio noi in Europa e fare come gli Stati Uniti d’Africa.