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Ha preso il via nel mese di Gennaio il progetto di IPO assieme alla Cooperativa Sociale POLIS - con il sostegno della Regione Umbria - per favorire l’integrazione delle donne straniere nel tessuto sociale del territorio.

La palestra linguistica ha lo scopo di accrescere le competenze linguistiche delle donne straniere residenti in Umbria, aumentare le opportunità di socializzazione ed incontro per le donne straniere e sensibilizzare la comunità locale sulle origini, la cultura e i saperi della popolazione immigrata.

Nel corso del progetto verranno proposti laboratori di narrazione autobiografica. La narrazione di sé è proposta come possibilità diversa di apprendere la lingua, non solo attraverso acquisizioni grammaticali, ma esprimendo la propria sensibilità e soggettività, le proprie emozioni, passioni, inclinazioni. La narrazione ha un alto potenziale pedagogico e didattico, con caratteristiche educative e formative sia in quanto strumento di comunicazione delle esperienze, sia in quanto strumento riflessivo per la costruzione di significati interpretativi della realtà. L’acquisizione di competenze linguistiche basata non su lezioni frontali, ma sull’utilizzo dello storytelling, porterà ad un maggior coinvolgimento, anche emotivo e relazionale delle partecipanti.

Gli incontri saranno aperti a tutti e completamente gratuiti e si svolgeranno tutti i Giovedì dalle 9,30 alle 11,30 presso la biblioteca popolare dell'associazione “Altrementi” di Ponte Felcino.

Per iscrizioni ed informazioni 392 11 92 660

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Il racconto di Valeria, volontaria di IPO ad Awassa

Fuori dall’aeroporto di Addis Abeba, alle otto del mattino, c’è l’odore del fresco, della polvere e del cherosene. Ad aspettare me e la dottoressa Vitalia un viaggio in fuoristrada di quasi 300 km lungo una delle grandi arterie africane che collega Il Cairo con Cape Town. Destinazione: Awassa.
Durante il percorso il paesaggio si apre su pianure e laghi, incrociamo mandrie di zebù, dromedari e capre che attraversano la strada; ogni piccolo insediamento si sviluppa attorno all’asfalto e si srotola dal finestrino, vedo mercati colorati e respiro l’odore di legna che arde. Non è solo bush: incontriamo serre di rose a perdita d’occhio e vitigni, cantine, campi coltivati.

Sei ore di viaggio ed entriamo ad Awassa, capitale della Regione delle Nazioni, Nazionalità e Popoli del Sud, appoggiata sulle rive dell’omonimo lago. La città ci accoglie vociante coi suoi 300.000 abitanti sempre in movimento: i risciò motorizzati svicolano nel traffico cittadino, i carretti stracolmi tirati dai somari cedono la precedenza alle macchine e alle greggi, già iniziamo a notare gruppi di bambini camminare soli e scalzi per le vie sterrate della città.

Il primo sguardo alla casa di accoglienza dell’ONG Let Us Change (LUC) mi regala un senso di profonda intimità: le donne infaticabili puliscono ogni angolo della struttura, alcune sono affaccendate in cucina e altre lavano i vestiti dei bambini in un grande catino. Il cortile è assolato, i bambini ancora quieti. La dottoressa Vitalia assieme al personale IPO e all’infermiera locale predispone la stanza per le visite ed io scatto fotografie, cercando di fermare la quotidianità in attesa che arrivino i primi bambini.

LUC gestisce tre strutture di accoglienza: due sono dedicate alle bambine e i bambini oltre i cinque anni, mentre la terza ospita i più piccoli in formula mista. Oltre sessanta bambini tolti alla strada vengono curati con infinito amore da questa ONG: viene loro garantita l’istruzione, un letto dove riposare, cibo e vestiti puliti. La dignità e il profondo senso di familiarità si percepiscono a pelle, si sentono nel calore degli abbracci e dei sorrisi profusi generosamente da tutti. LUC è una grande famiglia, e come in famiglia ci si prende l’uno cura dell’altro. Anche io, una ‘ferengi’, una straniera appena arrivata, vengo progressivamente travolta da questo amore: inizialmente diffidenti, i bambini si nascondono all’obbiettivo della mia macchina fotografica ma in pochi minuti, complice qualche scatto, diventiamo amici.

LUC non è solo una struttura di accoglienza ma un punto di riferimento per il quartiere e la comunità. In diverse occasioni è stata interpellata per trovare una soluzione a situazioni di estrema difficoltà: Johan, il ragazzo belga che aiuta la signora Ainalem nella gestione del centro, ha ancora l’emozione negli occhi mentre ci racconta di come la polizia li avesse contattati per dare ricovero ad una donna con gravi problemi mentali che, non appena partorito, minacciava di gettare via sua figlia. I casi che LUC si trova a gestire sono la manifestazione estrema della povertà urbana: secondo le istituzioni cittadine, i bambini di strada ad Awassa sono oltre 6.000 e quindi oltre il 2% della popolazione. Molti di loro sono orfani, alcuni sono andati via di casa per loro stessa volontà (spesso perché i genitori non erano in grado di prendersi cura di loro oppure perché sfruttati o abusati) e altri ancora hanno camminato per chilometri, arrivando in città dalle aree rurali circostanti alla ricerca di una vita più dignitosa. Ciò che trovano, invece, è molto lontano dalla dignità: se riescono a fare un pasto al giorno è per la solidarietà di qualche albergo o locale cittadino che getta loro gli avanzi destinati ai cani. Vivono in piccoli gruppi che si riuniscono spesso la sera e la notte mentre di giorno si dividono i compiti: alcuni raccolgono rami e legna, altri si occupano di cercare del cibo. Molti elemosinano e camminano, scalzi e sporchi, per le strade della città. LUC ne accoglie oltre sessanta nelle sue strutture, supportandone almeno altrettanti che non vivono dentro le case accoglienza insieme a madri di strada e giovani a rischio. Alcuni di questi bambini, privi delle cure parentali nei primissimi anni dello sviluppo, manifestano ritardi nella crescita e deficit di vario tipo; nonostante ciò, sono tendenzialmente sani grazie alle cure del personale LUC.

La signora Ainalem (il suo nome significa letteralmente ‘l’occhio del mondo’) ha dato vita a questo circolo d’amore quasi dieci anni fa prendendo con sé il primo bambino di strada – che oggi è ufficialmente suo figlio. Seduti davanti ad un ‘bunna’, il caffé etiopico, col profumo d’incenso nel naso e l’aria fresca e pungente sulla pelle, ascoltiamo il racconto di come tutto è cominciato. Percepisco il profondo rispetto della signora per le situazioni familiari di provenienza dei bambini: ne ha sempre ricostruito la storia, cercando in lungo e in largo un incontro con i genitori, nel caso in cui fossero ancora in vita e disponibili al dialogo. Ainalem ha messo dapprima a disposizione la sua casa per ospitare i piccoli strappati alla vita di strada: quando il numero è diventato troppo alto, ha votato la sua vita a quella di questi bambini creando l’associazione. Le tre strutture di accoglienza di LUC sono in affitto, ma il comune ha concesso loro un pezzo di terra, gettando le basi per tanti progetti futuri: la costruzione di nuove case per i bambini, certo, ma anche l’avvio di laboratori di produzione che possano aiutare nel sostentamento delle attività di accoglienza. IPO, oltre che aver coordinato questa prima missione pediatrica, si sta attivando per supportare anche la nascita di queste attività.

A latere dell’impagabile lavoro di visita svolto dalla dottoressa Vitalia e a margine delle storie dei bambini c’è la scoperta della città e delle sue infinite bellezze. Riusciamo a trovare il tempo per passeggiare lungo le strade di prima mattina, mentre ci fanno compagnia scimmiette e capre; all’ombra di ficus secolari troviamo cantieri aperti in ogni dove e una città che respira, si muove, cresce. Il lago Awassa è uno specchio pieno di vita, dove marabù dal collo lunghissimo, pellicani e altri uccelli si stropicciano le ali al sole o camminano placidi sulla riva. La vivacità della fauna è indescrivibile: mangiamo spesso tilapia, un pesce di lago locale, riusciamo a fare qualche scatto ad una famiglia di ippopotami e ad ogni passo c’è un diverso animale da osservare e fotografare – come due splendide aquile reali che sembrano mettersi in posa per essere ammirate, come si conviene ad un animale tanto regale.

Dopo una settimana, passata veloce come la pioggia pomeridiana, riparto da questo luogo con il cuore colmo di emozione. La bellezza pura e semplice dei paesaggi, la cordialità mai effimera delle persone che ho conosciuto e che mi hanno donato molto, quel profondo senso di appartenenza al mondo – al mondo vero, splendidamente e spesso terribilmente reale – che mi fa aprire gli occhi, e sentire di nuovo ‘umana’ nel senso più pieno. E certamente, sopra ogni cosa, gli abbracci scambiati con i bambini. Quel loro vociare chiassoso, le loro mani che mi abbracciano e sembrano non voler mollare mai la presa, il loro profumo di bimbo e di vita. Riparto con la voglia di trasmettere tutto, a tutti, incondizionatamente. Con la speranza che chi ha un cuore per sentire sappia ascoltare mentre l’Etiopia gli parla perché basta così poco, per fare così tanto.

Mentre ho ormai passato i controlli di sicurezza, e sono di nuovo all'aereoporto di Bole con l’odore di fresco, polvere e cherosene lancio un ultimo sguardo fuori dal vetro, oltre le luci della città. Aguzzo gli occhi mettendo a fuoco il nero, cercando di orientare la vista verso Awassa che dista ormai centinaia di chilometri…e mi tornano in mente le parole della signora Ainalem, parole che racchiudono tutto lo spirito di questo viaggio e che porterò per sempre con me: “prima i miei occhi non erano aperti”.

 

Valeria Puletti

 

 

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Le case per bambini di strada della ONG etiope Let Us Change in Awassa, Etiopia, sono assolutamente diverse da quanto siamo abituati a immaginare come “un orfanotrofio”.  Si tratta di tre grandi abitazioni, arredate con semplicità che ospitano sessanta bambini sottratti alla vita di strada.

I bambini in strada ad Awassa, come in tutta l’Etiopia, vivono in condizioni pessime e sopravvivono elemosinando, raccattando cibo avanzato nei locali o dalla spazzatura, dormendo sotto misere protezioni di plastica, spesso pagando qualche centesimo di affitto a persone povere come loro. Per vivere spesso si riuniscono in bande, rubano, elemosinano, vengono sfruttati lavorando. In genere sono bambini orfani o che sono stati abbandonati da genitori che per povertà o incapacità non erano in grado di prendersi cura di loro. La Signora Ainalem, presidente di Let Us Change, ha cominciato la sua attività nove anni fa accogliendo come figlio adottivo un primo bambino che viveva per strada, poi ne ha accolto un secondo e infine con l’aiuto di un volontario belga ha dedicato la sua vita a dare dignità e amore a quanti più bambini di strada possibile.

Le case di Let Us Change ospitano per ora sessanta bambini in tre abitazioni, quella per i piccoli sotto i cinque anni, la casa delle bambine  e quella dei ragazzi. Ai bimbi oltre a una casa, al cibo, all’abbigliamento, a un letto dove dormire, alle cure sanitarie e alla possibilità di studiare, vengono garantiti protezione, affetto e la sicurezza di una vita in famiglia. Di altri sessanta bambini viene supportata la famiglia, facilitandole il pagamento dell’affitto di una piccola abitazione, garantendo una maggiore quantità di cibo e l’aiuto per l’accesso alle visite mediche e l’acquisto di medicinali ai bambini.

Durante la settimana di permanenza ad Awassa ho visitato con l’aiuto di un'infermiera dipendente di Let Us Change e del responsabile del progetto di IPO, tutti i bambini ospitati nelle case famiglie e i sessanta delle famiglie supportate, oltre a numerosi adulti con piccoli e grandi problemi. Le visite sono state condotte in una piccola stanza adibita provvisoriamente ad ambulatorio, l'infermiera che ci ha aiutato era molto coinvolta nell’attività, affettuosa con i bambini, abile nel trasferire i consigli sull’alimentazione, l’igiene, e su come assumere i medicinali. Abbiamo trovato dei bambini puliti, bene alimentati, solo due casi di malnutrizione moderata nel gruppo dei supportati. Pochi i casi di malattie cutanee, qualche caso di ritardo mentale legato allo stato di abbandono in cui questi bambini hanno vissuto nei primi anni di vita. I piccoli sono splendidi molto vivaci e sorridenti, affettuosi e sicuramente ben seguiti. L’attività mi ha come sempre regalato molto dal punto di vista umano, alcuni momenti sono stati particolarmente toccanti: il lungo colloquio con la Signora Ainalem, fondatrice e anima di questa bellissima iniziativa, l’accoglienza entusiastica e affettuosa che ci hanno riservato i piccoli quando siamo andati a trovarli nella loro casa, alcuni problemi di salute identificati e il modo di reagire dei ragazzi al dolore o alla consapevolezza di un deficit importante.

La Signora Ainalem con il suo racconto pacato ma pieno di sentimento ed emozione mi ha portato a capire come abbia raggiunto la consapevolezza di quale perdita subisca una società che lascia vivere i propri bambini per strada, di come tutti, adulti e bambini, meritino attenzione anche e soprattutto quando sembrano avere perduto la sembianza umana. Ecco pertanto la storia del recupero di una bambina che stava per essere lanciata via dalla madre psicotica, totalmente inconsapevole di quanto faceva. La polizia anziché imprigionarla ha portato madre e bambina nella struttura di Let Us Change. Adesso la bimba è felicemente accudita, la madre vive anche lei nella struttura, è in trattamento con antipsicotici ed ha recuperato gradualmente la capacità di svolgere un semplice lavoro, aiutante in cucina, guadagna uno stipendio e riesce anche a risparmiare qualche soldino. E quella del secondo bambino adottato che raccoglieva le cicche di sigaretta e le mangiava perché così non percepiva più il senso di fame, o infine quella del piccolo di due anni trovato a razzolare nel fango che viveva solo da chissà quanto tempo senza che nessuno si prendesse cura di lui, a due anni sapeva solo gattonare, raccoglieva il cibo da terra, o mangiava qualche avanzo raccolto dalla spazzatura o che gli veniva gettato, come a un piccolo animale, da altri barboni che occupavano uno spazio attorno ad una grande chiesa. Anche in questa esperienza ho avuto modo di constatare come i bambini in Etiopia siano per la gran parte temprati al dolore e alle difficoltà della vita. Non si lamentano mai e non piangono né urlano quando gli si medicano ferite, o sono sottoposti ad altre esperienze dolorose come svuotare una raccolta di pus, al massimo lasciano scivolare sulle guance qualche lacrimone silenzioso, cosa che li rende infinitamente cari a chi cerca di aiutarli.

Questa nuova iniziativa di supporto al popolo etiope in cui IPO mi ha coinvolto, mi ha conquistato totalmente mente e anima, dandomi una carica che voglio portare con me in Italia e trasmettere anche a chi non può venire in Etiopia, ma se ha un cuore grande può essere di aiuto. In tanti, anche stando in Italia, possiamo aiutare la Signora Ainalem a portar via dalla strada quanti più bambini possibile, ridando loro amore, nutrimento e dignità.
Dott.ssa Vitalia Murgia

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Sappiamo tutti degli ottimi risultati raggiunti in Etiopia. Alcuni riguardano grandi infrastrutture, come il Poliambulatorio di Ankober che in pochi mesi ha permesso di moltiplicare di sette volte il numero dei parti presso strutture sanitarie moderne. Altri risultati sono meno tangibili, ma non meno importanti come il trasferimento di conoscenze scientifiche collegate alla ricerca universitaria, un progetto, ora preso in carico dall'Università locale, per utilizzare le piante medicinali a scopo terapeutico. Altri interventi toccano i singoli individui più da vicino, in particolare le famiglie: gli orti e i meli piantati casa per casa consentono di raggiungere le fasce più svantaggiate e di fare un lavoro di grande qualità in termini di sensibilizzazione alle buone pratiche nutrizionali ed igieniche.

Da qualche mese abbiamo iniziato a stringere contatti preliminari con un'associazione di Awassa nel sud dell'Etiopia. Il lavoro di quest'associazione è essenzialmente a favore dei bambini di strada per togliere loro e le loro famiglie dalle condizioni d'indigenza in cui versano. E' un percorso non solo di solidarietà, ma anche di grande orgoglio che nasce dagli Etiopi per gli Etiopi. A questo riguardo c'è molto da fare perché, oltre a sostenere circa 60 bambini - alcuni dei quali orfani -, si sta cercando di capire come, al termine del percorso scolastico, possano apprendere un mestiere e diventare indipendenti.

C'è allora bisogno, oggi più che mai, di ampliare e consolidare la rete di soci e volontari. E' tempo di gettare nuovi semi perché la nostra associazione possa funzionare coinvolgendo tutti. Vogliamo condividere le buone pratiche, portare i saperi locali dall'Italia all'Africa, far partecipare attivamente chi vuole impegnarsi, chi ha capacità da spendere, conoscenze da offrire. E siamo certi che al ritorno da un viaggio di volontariato in Etiopia le cose non saranno più le stesse. In un momento in cui molti problemi di convivenza si affacciano anche nel nostro territorio, questo tragitto porta con sé un decisivo valore aggiunto: quello di rendere più facile questo vivere assieme tra gente di varia nazionalità e varie professioni religiose, di aprire le menti, creare ponti e unire, invece di dividere.

Chiediamo allora a chi ha voglia davvero di partecipare e condivide queste prospettive di riflettere assieme a noi e di sensibilizzare in merito alle tematiche di questo nuovo programma che partirà con una prima missione pediatrica della dott.ssa Vitalia Murgia, ma che ha intenzione di estendersi nel 2016 ad altri pediatri e volontari di vario genere. Vorremmo davvero pensare assieme ad un volontariato attivo che porti dottori, panettieri, carpentieri, falegnami, artisti, artigiani, elettricisti, educatori, pasticceri, maestri, disegnatori, operatori sociali, muratori, pescatori, medici, il meglio dell'Italia quella che si rimbocca le maniche, onestamente, duramente, “socialmente” e li metta in contatto con l'Africa vera. Quella che ha bisogno di noi, quella di cui noi abbiamo disperatamente bisogno per ritrovare noi stessi e i nostri valori.

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Riportiamo di seguito il racconto del dott. Roberto Bussi, rientrato dalla missione pediatrica 2015.

"Questo anno l’intervento dei Pediatri del CCWW (Child Care World Wide) in supporto al progetto di IPO “Ogni bambino un orto” è stato di 2 settimane nel mese di marzo da parte di 3 Pediatri (oltre a me Angela Pasinato e Stefano Pasquato, anche loro “veterani” di Ankober). L’ apertura del nuovo Health Center nel centro di Gorobela ha permesso di visitare i bambini in una struttura sanitaria a contatto con gli altri operatori. Non abbiamo visitato i bambini nelle scuole anche perché dopo 4 anni abbiamo effettuato un mappaggio delle patologie più frequenti anche secondo le differenti zone del Distretto di Ankober. La posizione dell’HC più centrale ha permesso una buona affluenza. Abbiamo effettuato numerose visite anche di adulti. Lo scopo primario è stato soprattutto formativo nei confronti degli operatori sanitari. Fare formazione sul campo direttamente sui pazienti, mirato soprattutto a puntualizzare un metodo nella visita nel rispetto delle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS- WHO). La cosa è stata più interessante che negli scorsi anni perché il personale attualmente è costituito solo da infermieri, non più da semplici Health Worker (operatori sanitari).  A supporto della formazione sul campo abbiamo fatto anche alcuni incontri specifici sulle più comuni malattie della pelle, sul gozzo e sulle possibilità della sua prevenzione e cura utilizzando nella dieta quotidiana il sale iodato, sulla gestione della madre e del neonato secondo le indicazioni del WHO e  sul trattamento delle ferite. Dopo averlo  illustrato, il materiale preparato è stato consegnato su file in modo da poter essere sempre consultato e studiato da tutti.  La miglior preparazione del personale ha permesso anche un miglior confronto e discussione con una partecipazione attiva maggiore che gli scorsi anni. L’argomento di Dermatologia e la preparazione di un atlante di dermatologia ricco di foto  era stato richiesto dagli operatori, mentre il gozzo e l’utilizzo del sale iodato è nato dalla osservazione di tale problema in molte zone del Distretto. A rinforzo della formazione e della preparazione di un semplice poster in amarico di informazione/educazione per la popolazione, durante le visite è stato distribuito sale iodato procurato da IPO a tutti coloro che avevano il gozzo che si presentavano a visita anche per altri motivi. Si è insistito con il personale affinché  durante la visita per uno specifico problema si debba comunque ricercare sempre una possibile malnutrizione e la presenza di gozzo.
Purtroppo il miglioramento della qualità dell’assistenza e delle cure (la presenza di 2 ambulanze, la migliore preparazione e impegno  del personale anche più curato come igiene e abbigliamento) si scontra con ataviche abitudini di vita e mancanza di attenzioni igieniche. Il nuovo poliambulatorio nella stagione secca rimane privo di acqua corrente necessaria non solo per garantire igiene nella struttura (lavaggio delle mani e pulizia della sala parto, nonché della madre e del neonato e  decenza dei servizi igienici), ma anche come educazione ed esempio per la popolazione che accede ai servizi.  Il serbatoio dell’acqua è insufficiente, nonostante il pozzo a cui afferisce la popolazione per rifornirsi di acqua sia a pochi metri dalla struttura.
Il rapporto con il personale e con la gente è sempre più amichevole e facile. Ma, anche per i problemi di comunicazione, rimane difficile conoscere e ancor più  capire certe usanze a abitudini. Insieme al coordinatore IPO abbiamo visitato dieci famiglie seguite dall'associazione; migliori sono le condizioni fisiche dei bambini  inseriti nel progetto, gli orti sono floridi secondo le colture e i meli … crescono.  
E’ stato bello aver partecipato  “all’arrivo della luce” in queste capanne; lo stupore e la gioia dei bambini  per questo evento sono indimenticabili.
Questo anno le bellezze del paesaggio sono state accentuate da un tempo splendido, un cielo meraviglioso sia di giorno che di notte,  e da un clima asciutto che hanno aumentato il piacere del nostro soggiorno e reso ancora più unica la nostra esperienza."
Roberto Bussi

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